Di recente sono stata in una scuola primaria a presentare il mio nuovo libro Michele Mordilibri, pubblicato con Edizioni Paoline.
Michele Mordilibri racconta la storia di un bambino costretto da genitori ambiziosi e avidi a diventare un booktoker, dopo uno sketch nato solo per far ridere i coniugi Cicasco, suoi genitori appunto. Da quel momento, il gioco si trasforma in una gabbia.
Ho costruito un’avventura surreale, al limite del paradosso: Michele finisce tra le grinfie di una losca agenzia “succhia creatività” e solo con l’aiuto della sua amica Ercolina Limbrocco riesce a salvarsi — e a liberare altri baby influencer intrappolati in una fatiscente accademia, costretti a ritmi di lavoro quasi militareschi.
È una storia divertente, sì. Ma sotto la superficie affronta temi molto concreti e attuali: lo sharenting, lo sfruttamento economico dei minori, il consenso, il diritto alla gestione della propria immagine.
Durante quell’incontro, però, è stata una bambina a spostare davvero il focus. Mi ha fatto una domanda che mi ha colpito perché, proprio negli stessi giorni, riflettevo sullo stesso tema: gli sticker ricavati dalle foto degli iPhone.
Una funzione divertente — lo ammetto — che anch’io ho usato con leggerezza, senza fermarmi a chiedermi: condividere sticker di persone presenti nelle nostre foto è una violazione del consenso? È una violazione del diritto all’immagine?
Per chi non lo sapesse, gli iPhone permettono di estrarre automaticamente soggetti dalle immagini e trasformarli in sticker personalizzati da usare nelle chat. Il risultato è spesso buffo, immediato, perfetto per dare alle conversazioni un tono ironico e creativo.
Ma a che prezzo?
Di recente ho letto di un meme diventato virale: una bambina ripresa probabilmente da un genitore mentre fa un’espressione di disgusto. Quell’immagine ha fatto il giro del mondo. Oggi quella bambina è un’adolescente e si ritrova — senza aver mai dato il proprio consenso — dentro le chat di milioni di persone.
Ho provato a mettermi nei suoi panni: essere esposta in un momento privato, forse il meno rappresentativo di sé, senza poter scegliere se, come e con chi condividerlo. Senza poter fermare quella diffusione.
Il caso dei meme non è così distante dagli sticker personalizzati. Cambia il formato, ma non la sostanza. I rischi sono gli stessi: uso non autorizzato dell’immagine, diffusione incontrollata, contesti inappropriati, impossibilità di rimozione.
Qual è allora la soluzione?
Non basta la tecnologia. Serve educazione digitale — per i bambini, certo, ma soprattutto per gli adulti, che, proprio come i coniugi Cicasco, possono essere altrettanto inconsapevoli e superficiali. L’aspetto ludico distrae e apparentemente solleva da qualsiasi responsabilità.
Basterebbe ricordare che:
- non tutto ciò che è possibile è anche lecito;
- il consenso non è un dettaglio, ma un principio;
- e nessuna battuta, per quanto riuscita, vale la dignità di una persona.
Il paradosso è evidente: mentre questi strumenti diventano sempre più accessibili e diffusi, il quadro normativo si fa sempre più rigoroso. Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati tutela i dati personali, e tra questi rientrano anche le immagini identificabili. Usarle senza consenso non è solo una leggerezza: può diventare una violazione, con conseguenze anche legali.
E allora torno a quella bambina.
Alla sua domanda.
Perché è lì che si scopre qualcosa di scomodo: mentre gli adulti inventano strumenti sempre più sofisticati per condividere, trasformare e diffondere immagini, sono spesso i più piccoli a riportarci sulla domanda fondamentale: non tanto posso farlo? quanto è proprio necessario farlo?

