L’ (a)normalità della violenza

Sempre più uomini e sempre più giovani si rivolgono al C.a.m. (Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti) di Firenze per chiedere aiuto. Ne parla  un articolo uscito il 28 aprile su Redattore Sociale che sottolinea come questi dati registrino un cambiamento culturale importante: la violenza è finalmente vissuta come problema da risolvere, malattia da cui bisogna guarire.

Dietro queste azioni, come riporta l’articolo, c’è spesso l’incapacità di saper gestire le relazioni, i sentimenti, le emozioni. Generazioni e generazioni di inabili sentimentali, illetterati delle emozioni hanno picchiato, umiliato, annientato l’autostima di altrettante generazioni di donne. Qualcuno di loro avrà forse provato del rimorso, avrà forse percepito che quella non era la strada che avrebbe condotto alla felicità, ma ha continuato, mantenendo il segreto di quell’orrore nel privato delle mura domestiche. Mi sono sempre chiesta cosa potesse far nascere il desiderio di picchiare la persona che si ama o con cui si è deciso di passare la propria vita (non sempre amore e convivenza vanno di pari passo), e che tipo di emozioni provasse chi fa delle proprie mani e delle proprie gambe uno strumento di dolore.

Può sembrare banale, ma sono riuscita a capirlo leggendo una trilogia, Muchachas di Katherine Pancol, seguito di quella di grande successo pubblicata in Italia da Dalai (Gli occhi gialli dei coccodrilli, Il valzer lento delle tartarughe, Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì).

 Pensavo di immergermi in una lettura leggera, scelta per distrarre la mente dai mille impegni quotidiani e invece…

Fra le diverse storie che si intrecciano, c’è quella di Léonie e Ray, marito violento.

La relazione vittima/carnefice dei due personaggi, viene raccontata dalla Pancol con una tale profondità di emozioni e realismo da portare il lettore ad immedesimarsi talvolta con la donna talvolta con l’uomo. Per Ray la violenza agita è un atto liberatorio, di vendetta sociale, di riscatto e affermazione di quel potere negato nella sua giovinezza, per Léonie la violenza subita è invece la conferma della propria nullità, l’inutilità di un’esistenza per cui nemmeno i suoi genitori avevano mai provato interesse.

Uno schema noto, che la scrittrice a riproposto dopo aver raccolto storie di donne vittime di maltrattamenti in giro per la Francia.  Ma Ray e la vergogna sociale che lui rappresenta potrebbero presto essere un ricordo di un passato da dimenticare, se sempre più uomini avranno il coraggio di riconoscere nelle loro azioni una malattia da curare.

*Photo by Balaji Malliswamy on Unsplash

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